30 settembre, 2007

l'antipolitica

In questi ultimi tempi si parla molto di antipolitica, un termine coniato ad arte per inquadrare un fenomeno evidentemente recente il cui scopo è quello di indicare un atteggiamento di sfiducia e di rifiuto morale verso una “scienza che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica”. La politica in se non è ne buona ne cattiva, la politica diventa cattiva quando è motivata e dalla conservazione e dalla gestione di un potere non più espressione di una collettività ma espressione di un potere indirizzato da interessi personali e di partito, motivata da interessi clientelari ed economici. I politici si nascondono dietro un termine, lo fanno per spostare l’attenzione sulla politica e non sulle proprie responsabilità, lo fanno per confondere i più deboli, coloro che hanno paura di partecipare ad una verità che ormai non è più una loro esclusiva. Ci si scandalizza se si usa questo termine “antipolitica” come se i politici stessi avessero dato dimostrazione della loro onestà tale da meritarsi il nostro rispetto. L’antipolitica rispecchia semplicemente l’attuale decadimento morale di una “classe politica” per la maggior parte priva di qualsiasi indirizzo etico e morale e che legittimata dal voto abusa di questo potere considerandolo come veicolo di virtù e di privilegio realizzando intorno a se forme di controllo indirizzate alla conservazione di tale autorità al fine di perseguire scopi ed interessi che non hanno niente a che vedere con il benessere pubblico.